Il fallimento e la crescita

Il fallimento e il successo sono concetti costantemente in scena in ogni processo di crescita, quasi come ombre che seguono e perseguono ciascuno.

Spesso, però, nella spasmodica ricerca della gloria, si rischia di perdere la propria bussola a causa dell’immensa paura di fallire.

Molte persone vivono il fallimento come un nemico da evitare, o addirittura da sconfiggere, perché immaginano sia alla base delle vittorie mancate, così fuggono e rifuggono da ogni occasione in cui si possa mettere in discussione la vittoria.

È stato insegnato loro che vincere significa non perdere e non fallire, mortificando una serie di possibilità esistenziali.

Ma è veramente possibile immaginare la vittoria e il trionfo come processi nettamente differenziati dal fallimento e dalla disfatta?

Purtroppo, ad essere sinceri e realistici, non è possibile affatto.

Eppure, nell’immaginario collettivo, nello sport e nella vita in generale, il modello di successo appare come scevro di sconfitte e di perdite, facendo non pochi danni, soprattutto, in bambini e adolescenti in fase di maturazione.

Sarebbe necessario impegnarsi attivamente per insegnare quanto il fallimento non sia un pericolo da rifuggire ma un alleato capace di contribuire alla riuscita, permettendo, pertanto, ai più giovani di formarsi, attraverso cadute e insuccessi naturali, e di imparare dai propri errori senza farne un dramma. Crescere, infatti, vuol dire sperimentarsi e sperimentarsi prevede errori preziosi da fare che concedono l’opportunità di imparare e di apprendere.

È necessario un cambiamento di mentalità sociale che permetta di integrare vittoria e fallimento in un’ottica di “e-e” piuttosto che di “o-o”. Mi spiego meglio. Si è spesso abituati ad approcciarsi alla vita, in generale e ai processi che le appartengono, con una visione dicotomica, nello specifico, significherebbe pensare che “o esiste la vittoria o la sconfitta”. Cambiare il paradigma dicotomico in uno integrato vorrebbe dire che “esiste la vittoria e la sconfitta”.

A parole, sembrerebbe semplice ma poi, fattivamente, è più impegnativo di quanto si possa immaginare.

Cambiare, difatti, richiede impegno e determinazione da parte di molti. Se si pensa, ad esempio, allo sport giovanile, significa ipotizzare che cambino allenatori, dirigenti, genitori, sistema sociale.

Sono cambiamenti plausibilmente possibili ma pur sempre onerosi e spinosi.

Spesso, risulta più semplice e immediato ricorrere a ciò che si conosce ed è facile che, inconsapevolmente, qualche attore del complesso scenario trasferisca la mentalità del “vincere a tutti i costi”, in contrapposizione e migliore di quella del “perdere e fallire”, puntando soltanto al risultato e perdendo così di vista la persona nella sua totalità nonché la prestazione.

E quando poi, inevitabilmente e naturalmente, ci si scontra con una sconfitta, si finisce col minimizzare, quasi a voler nascondere ai propri occhi e a quelli degli atleti stessi, qualcosa che non doveva avvenire, perdendo l’impagabile occasione di fare una valutazione dei propri limiti e risorse e di insegnare a gestire il fallimento e la frustrazione conseguenti.

Si insegna, pertanto e miseramente, a non imparare dai propri errori e a scappare dalle occasioni di miglioramento. I più giovani, difatti, iniziano a rifuggire dagli sbagli persino in fase di allenamento.

I più piccoli si ritrovano, inoltre, a fare i conti anche con genitori che, talvolta, senza accorgersene e per amore, spianano eccessivamente la strada dei propri figli, evitando loro ogni occasione di perdita e di fallimento. È una protezione pericolosa che li spoglia della propria unicità e che li priva della possibilità di esplorazione e di apprendimento.

Il mio intento non è certamente di osannare il fallimento a tutti i costi né tantomeno di enunciare una nuova ed inconsueta modalità perdente di approcciarsi alla vita e allo sport, perché nessuno si mette in gioco con il desiderio di voler perdere.

Vorrei, però, sottolineare la differenza che c’è fra “vincere a tutti i costi” e “avere una mentalità vincente”.

La mentalità vincente si spiega. Include le potenzialità di poter perdere e di saper perdere, gestendo la sconfitta e guardando ad essa come circostanza di apprendimento e di potenziamento. È un cambio di prospettiva che aiuta ad allenare la capacità di ristrutturarsi, la determinazione, la costanza, l’impegno, la tenacia e la grinta.

Sarebbe un rinnovamento radicale che permetterebbe ai ragazzi nello specifico, e agli atleti in generale, di conquistare un autentico senso di padronanza della propria vita e delle proprie gare, connettendosi al reale valore di se stessi e dei sogni più profondi, senza condizionamenti e pressioni che complicano e allontanano dalla bussola interiore.