L’impatto della pandemia nel calcio: effetti psicologici

La narrativa confusa e raccapricciante del periodo che stiamo vivendo, da quasi un anno oramai, lascia attoniti, disorientati, spaventati. I fatti continuano a sorprendere e la speranza ad essere altalenante perché si accende a tratti, per poi divenire labile e grigia.

Siamo stati catapultati, improvvisamente e brutalmente, in una realtà che, per natura, non ci appartiene. Ed è successo in ogni area della nostra vita, il virus ha colpito, di fatto e duramente, il nostro lavoro, le nostre relazioni interpersonali e sociali, le nostre passioni.

Ha cambiato il nostro modo di osservare, descrivere e partecipare alla quotidianità, pesando e incidendo sulle nostre menti. 

Non ha certamente risparmiato il mondo dello sport, e anche se per molti rimane un problema marginale, nella constatazione dei fatti non lo è per nulla. 

Non parlo in quanto sono una nostalgica addetta ai lavori a cui mancano pezzi di realtà che infervorano e rendono vivi, non parlo, quindi, perché mi mancano gli abbracci dopo un goal, il mental training negli spogliatoi, il pubblico che esulta ad una partita e il rumore di sottofondo, parlo piuttosto tenendo conto, anzitutto, dei primi dati della letteratura scientifica in merito all’impatto psicologico devastante nel mondo dello sport in generale, e più specificatamente nel calcio. 

La pandemia da Coronavirus è un evento inaspettato e, per certi versi, improbabile che ha messo in ginocchio il mondo, creando ovunque danni evidenti ma anche più subdoli e celati. L’ambito dello sport è stato uno dei primi ad essere sacrificato, perché, a detta di tanti, è evidentemente sacrificabile senza dolore alcuno.

E i dolori invece ci sono stati e ci sono tuttora, e anche laddove sembra che tutto sia superato, a conti fatti, non lo è pienamente. 

Cosa è cambiato e quali sono le conseguenze?

Sono cambiate le modalità organizzative di un evento sportivo, gli allenamenti, le selezioni dei giocatori, le partite stesse che sono a porte chiuse, sono aumentati i disagi e le difficoltà economiche, anche in società sportive inimmaginabili e di un certo calibro mondiale. Sono cambiate le prospettive nelle relazioni interpersonali, modificandone la natura più intima e profonda, a discapito delle preziose condivisioni umane e sportive.

E le conseguenze sono di tipo non solo economico e sociale, queste sono visibili ed apprezzabili ad occhio nudo, e in maniera prepotente. Ci sono però quelle latenti, più nascoste, insidiose, e non per questo meno impattanti, anzi sono maggiormente drammatiche proprio perché trattate come poco importanti, o trattabili in maniera fantasiosa.

Mi riferisco alle conseguenze psicologiche, come la disregolazione emotiva e comportamentale. La salute psicologica nello sport, come nella vita, ha un ruolo rilevante, oserei dire principale e fondante, spesso però non se ne tiene conto, ma generalizzare non è mai un atto saggio e non mi piace farlo affatto, anche perché nella mia esperienza da psicologa dello sport potrei dimostrare ampiamente il contrario di quanto appena enunciato. Ma non è questo, ora, il motivo della mia speculazione. E non servono spiegazioni ed esperienze singole, quanto piuttosto dati standardizzati.

Qui, il mio pensiero e la mia attenzione, vanno essenzialmente a chi ha dedicato e dedica la vita allo sport, dagli adulti ai più piccini, e che si ritrova a fronteggiare, spesso da solo, incompreso e ascoltato solo distrattamente, le minacce più disparate, che vanno dalla paura di ammalarsi a quella di rimanere senza un lavoro, passando per la privazione delle proprie passioni e delle proprie libertà, incastrandosi nell’incertezza e in un’emotività confusa e disarmante. Gli sportivi, non meno di tutti, vedono sfuggirsi occasioni e progetti, sogni, ambizioni e desideri. 

Vanno ascoltati attentamente e sostenuti a tutti i livelli, facendo leva su risorse propriamente dello sport, quali resilienza e “antifragilità”. 

Tanto si può fattivamente fare se si riconosce che la salute non è unicamente una questione fisica e organica, anche ma non solo. È arrivato il momento di guardare in faccia alla nostra unitarietà̀, all’unità corpo e mente. Non è un concetto astratto ma il nostro funzionamento più autentico, è un concetto questo che, troppe volte, si dimentica e si occulta, ma che adesso non permette più di guardare altrove. 

È il momento di cogliere la positività nel dramma, è il momento giusto per ampliare appieno la psicologia nel mondo dello sport.