Il lato oscuro dello sport: la depressione

Non potevo vedere una ragione per chiunque di essere orgoglioso di me, neanche per la mia famiglia. Mi sentivo inutile, perché senza calcio loro potevano vedermi per quello che realmente ero. E io non ero niente.

Clarke Carlisle

 

 

Il mondo dello sport, soprattutto se professionistico, appare, spesso, come un palcoscenico dorato, un luogo ove tutto sembra miracolosamente possibile.

Nella vita e nella quotidianità degli sportivi, si è portati a vedere e a intravedere una perfezione luccicante, evidenziando la loro immagine come quella di veri e propri eroi da seguire e da imitare.

Talvolta sembrerebbero prepotentemente inarrivabili.

È questa, però, un’immagine tendenzialmente distorta della realtà che, se proposta tout court ai ragazzi, in particolar modo all’inizio della loro pratica sportiva, potrebbe, persino, diventare pericolosa ai fini di una sana e funzionale crescita.

La distorsione nasce dal trascurare ciò che, evidentemente, sarebbe reale.

La realtà dei fatti metterebbe in luce, invero, le caratteristiche umane degli sportivi, a qualsivoglia livello, senza accendere i riflettori soltanto sulle loro gesta magnifiche e su relative prestazioni ed imprese eccellenti.

Tali distorsioni di pensiero celerebbero, pertanto, il lato umano di persone che sono come tutti che, se mostrato, illuminerebbe, oltre alla brillante e alla magnifica perfezione, anche la fragilità e la paura mista ad insicurezza.

E non ci sarebbe nulla da meravigliarsi, anzi.

Gli atleti sono, fin da bambini, esposti a grandi carichi di stress, tensioni e pressioni che, nel lungo periodo, oltre a rinforzare, rendono naturalmente anche più vulnerabili, come se dietro alla corazza che mostrano ci fossero persone “senza pelle”.

Fin da piccoli, sono chiamati a rinunce importanti, a partire, ad esempio, dall’allontanamento dalla famiglia e dagli amici dell’infanzia, un’infanzia che scorre mentre si rincorre un sogno che si potrà avverare solo a suon di fatica.

Un sogno che sembra, a volte, prendersi gioco di chi, instancabilmente, lo rincorre perché, a guardarsi bene intorno, ci si accorge che è ambito da molti, tutti incredibilmente “perfetti”.

Il confronto con gli altri può divenire perennemente presente nella propria mente, il palcoscenico dorato, piano piano, sembra trasformarsi in una gabbia, sempre e comunque dorata.

E poi ci sono gli inaspettati infortuni, le aspettative degli altri che si uniscono brutalmente alle proprie, le pagelle del post partita, una partita magari persa per un errore specifico o per plurimi errori della squadra. Tutto sembrerebbe basarsi sulle prestazioni, ottimali, pessime o insignificanti.

Ma gli sportivi non vivono solo su palcoscenici ma hanno anche vite private, come tutti.

E allora alle suddette difficoltà si aggiungono quelle personali, come per ogni comune mortale.

Varrebbe la pena, a parer mio, fermarsi un po’ e guardare oltre la prestazione per aprire gabbie e allargare palcoscenici perché sono luoghi ove, più di quanto si possa pensare, possono addentrarsi, silentemente, stati depressivi importanti e non trascurabili, fin da quando si è agli esordi delle proprie carriere sportive.

I sintomi sono umore basso, tristezza, insonnia, riduzione dell’appetito, riduzione dell’interesse verso diverse attività, crisi di pianto, senso di colpa, stanchezza fisica e mentale, apatia, scarsa concentrazione, scarsa motivazione e scarsa autostima.

Non sono soltanto semplici momenti negativi e temporanei, così come ingenuamente si racconta, sono molto di più e richiedono un’attenzione adeguata e un ascolto attivo, non giudicante, oltre che un intervento fatto da professionisti esperti.

In un mondo ove sembrerebbero importanti solo i sogni e quelli che riescono a perseguirli, ove si elogia solo chi prosegue senza sosta senza mostrare il proprio naturale lato umano e chi mai sembrerebbe perdersi nell’oscurità che spaventa e sorprende, servirebbe chi ascolta e aiuta senza ulteriormente emarginare e distruggere.

Iniziamo fin da quando sono in crescita, una crescita sia individuale che sportiva per scongiurare, in futuro, condizioni di sofferenza psicopatologica.