Il potere della passione e della perseveranza nello sport: quando il talento non basta

Noi siamo ciò che facciamo costantemente. 

L’ eccellenza quindi non è un atto ma un’abitudine. 

Aristotele

 

Nel mondo dello sport, sia a livello dilettantistico che professionistico, siamo sempre alla ricerca di qualcosa di straordinario che possa evidenziare potenza e magnificenza, qualcosa che possa lasciare senza fiato e che faccia meravigliare i nostri animi, quasi a farci sobbalzare.

Nella spasmodica ricerca della grandiosità a tutti i costi, ci ritroviamo a parlare, con semplicità e leggerezza, di talenti e di storie talentuose. Ci ritroviamo a raccontare e a discutere, ovunque e quantunque, di magie e di gesta portentose appartenenti a pochi eletti, spodestando tutti i comuni mortali e dando per scontato che il talento è ciò che serve, non altro.

Con quanto appena scritto, non intendo disconoscere, in nessun modo, l’importanza del talento stesso, perché così cancellerei, sfacciatamente, anni di storie e di personaggi che hanno espresso, esprimono e che continueranno ancora ad esprimere prodigiose doti con coraggio ed eleganza, facendoci innamorare e sognare. 

Vorrei piuttosto spegnere quei riflettori che, per lungo tempo, ci hanno accecato ed illuso, e vorrei provare ad accenderli su qualcosa che conta almeno quanto la predisposizione naturale, o forse più, e che può far risplendere molti soli, anziché quelli di pochissimi prescelti, uno splendore che, nella continuità, possa tutelare le ambizioni di ogni sportivo. 

Varrebbe la pena guardare ciò che accade nella completezza, e non solo parzialmente, anche quando ci riferiamo ai cosiddetti talenti.

Potremmo, pertanto, meravigliarci di magie nascoste, permettendo a molti di narrarsi, finalmente senza limitazioni e confini che esisterebbero soltanto nelle nostre menti. E concederemmo, altresì, a tutti i talentuosi di non sfiorire, ma di continuare nel vigore.

Sto parlando della perseveranza, della costanza, del sacrificio continuo, dello sforzo, della grinta e della sfida verso se stessi, sto provando a suggerire di guardare “oltre”, perché è proprio “oltre” che potremmo conoscere l’ignoto, e l’ignoto, pur spaventandoci, potrebbe riservarci una conoscenza piena ed onesta, ampliando visioni e cambiando prospettive.

Potremmo accorgerci che il talento esiste ma non basta e, soprattutto, che c’è altro, qualcosa che permette a tutti di rivelare le proprie attitudini con fermezza, determinazione e stabilità, senza rischiare di perdere pezzi importanti o di fare salti nel buio con regressioni ed eccessivi cali d’intensità.

Cosa sto raccontando nel concreto, senza troppe disquisizioni?

Facendo riferimento agli studi e alla letteratura scientifica al riguardo, in primo luogo, vorrei spiegare che anche se uno sportivo fosse particolarmente dotato di abilità tecniche non potrebbe realmente migliorarle e affinarle senza uno sforzo che si dispieghi nel lungo periodo con fatica e tenacia. 

In secondo luogo, anche se tali abilità fossero state impreziosite, perfezionate e ottimizzate con un impegno continuativo, lo sforzo non dovrebbe essere fermato per nessun motivo, le abilità innate e potenziate vanno costantemente allenate. Il più delle volte, è proprio in questa delicata fase che diverse carriere sportive rischiano d’incastrarsi, lasciandosi raggirare dalla propria mente, intrappolati in una serie di bias cognitivi. Tali errori cognitivi distorcono la realtà nella mente dello sportivo, il quale inizia a credere di poter fare a meno dei duri allenamenti, viste le proprie potenzialità di base. 

Sportivi alla stregua di Totti, C. Ronaldo, Nadal, Maldini, Bolt, Mennea e molti altri non avrebbero mai fermato se stessi, corrotti da simili distorsioni di pensiero. Non lo hanno fatto, lasciando un segno indelebile nella storia dello sport e facendo sognare ad occhi aperti se stessi e il mondo intero.

Non si sono mai adagiati su innegabili disposizioni innate ma hanno duramente faticato, mettendo al centro lo sforzo. Mai hanno mollato, hanno compreso che il talento, pur essendo un lancio imponente, non sarebbe bastato, hanno acceso la passione e hanno iniziato l’opera su se stessi. Sono diventati guerrieri dello sport, hanno sofferto e sudato per tutta la vita, senza mai pensare di potersi fermare. Hanno usato la grinta, e anche dinanzi alle naturali battute d’arresto, alle inevitabili sconfitte e fallimenti, non si sono scoraggiati e hanno continuato. 

Gli atleti che vanno oltre sono coloro che si sono allenati anche nel ritardare la gratificazione, coloro che non hanno bisogno di essere costantemente messi al sicuro da vittorie e apprezzamenti, hanno imparato, sulla propria pelle e con sacrificio, che, per una realizzazione vera, profonda ed autentica, ci vogliono impegno, tempo e sforzo costanti. Nulla di fittizio, nulla di regalato o di inventato.

Questa speculazione dovrebbe illuminarci e farci riflettere, soprattutto se lavoriamo con bambini negli ambiti sportivi. I nostri bias potrebbero, innocentemente, spingerci a restringere lo sguardo solo su “bambini talentuosi”, oscurando tanti altri con abilità e qualità celate che, con allenamento ed esercizio, potrebbero, naturalmente, emergere. 

La dissertazione, però, è interessante e preziosa quanto delicata e, per tal motivo, merita una trattazione a parte che, a tempo debito, non mancherà.

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