Abbandonare lo sport: drop out giovanile

Lavorare con i bambini e con gli adolescenti è uno dei miei più grandi privilegi, un portentoso dono capace di mettermi a contatto con sfumature di entusiasmi e dolori nonché con emozioni intense, emozioni che, solo ad occhi poco allenati, appaiono sfuggevoli e disorientanti. Sono, invece e a mio parere, contrasti caotici e ingarbugliati di vita piena che concedono di entrare a contatto con qualcosa che, per fascino e bellezza, va di gran lunga oltre all’ordinario, richiedenti attenzione allo scopo di trovare un ordine.

Il mio incontro con i ragazzi avviene, o perlomeno avveniva finché si poteva prima della pandemia, anche sui campi di calcio e in ambito sportivo, ove vitalità e spensieratezza raggiungono i massimi livelli perché sono luoghi in cui bambini e ragazzi sentono di poter esprimere se stessi e di esplorare la realtà circostante, mossi da una spinta motivazionale di autonomia. Anche solo rimanere fermi ad osservarli è soddisfacente e rinvigorente.

Al di là di quanto appena esposto, ci sono però scenari, dietro le quinte, che allarmano, sto parlando del 40% dei ragazzi maschi italiani, tra i 13 e i 14 anni, che, secondo i dati della Società di Pediatria su abitudini e stili di vita degli adolescenti, abbandonano precocemente le attività sportive. La percentuale sale al 57% se ci riferiamo alle ragazze.

Sono numeri che certamente preoccupano perché si assiste tristemente al calare improvviso e mortificante di passioni giovanili ma anche, e soprattutto, per i risvolti negativi che si hanno sull’impatto sociale e sanitario. La sedentarietà, soprattutto se avviene in età evolutiva, può avere conseguenze difficili, impervie, non trascurabili.

Ma perché i ragazzi, in particolar maniera le ragazze, lasciano precocemente e improvvisamente lo sport praticato?

Secondo molte ricerche scientifiche, l’abbandono avverrebbe per la scarsa percezione della propria competenza nella pratica sportiva, soprattutto nel confronto con altri atleti che sembrano più prestanti.

I ragazzi abbandonano, quindi, perché sentono di non essere all’altezza al cospetto di altri, compagni ed avversari, e alle richieste prestazionali.

Questo triste epilogo si verifica quando le attività sportive vengono impostate e programmate solo in vista di risultati da raggiungere e non in vista del raggiungimento di competenze personali.

Il risultato da raggiungere diventa un’ossessione che non prepara e struttura alla disciplina sportiva e che neppure appassiona ma sembrerebbe deprimere e allontanare perché pone i ragazzi ad un continuo e costante confronto con l’altro che appare sempre più forte e invincibile.

La conseguenza più diretta è, pertanto, la perdita d’interesse per qualcosa che non diverte e non coinvolge più, senza più soddisfazioni e bramosie possibili da raggiungere e soddisfare.

Questa considerazione che potrebbe spiegare il drop out sportivo giovanile è un congetturato parziale poiché cela un intero mondo personale dei ragazzi fatto di cambiamenti puberali e di ricerca di un’identità per sistemarsi degnamente nella società e nella realtà.

Tali cambiamenti segnano, particolarmente ma non solo, le ragazze che raggiungono prima la pubertà e che si ritrovano, spesso impreparate, a fare i conti con un corpo che cambia e con una maturazione psichica ancora in corso e non definita. Sono momenti in cui si evidenziano insicurezze e perdita di motivazione. Le ragazze sportive, purtroppo, vivono anche la difficoltà di stereotipi culturali e di genere che le designa come meno forti fisicamente e meno adatte all’agonismo.

Il quadro è più angosciante di quanto sia stato esposto perché sono trattazioni che richiedono speculazioni e analisi approfondite. Ritengo, però, che parlarne, anche se succintamente, aiuta ad accendere i riflettori su qualcosa che riguarda da vicino gli adolescenti a cui noi adulti dobbiamo protezione, cura e tutela.

Sono certa che anche solo mettere in evidenza alcuni temi riguardanti i giovani e lo sport possa, a tempo debito, portare gli adulti a spostare l’attenzione, attenzione non sempre ben posizionata sui più piccoli quanto piuttosto su interessi che sembrano lontani dai veri bisogni della crescita e dello sviluppo.

Nella mia esperienza di lavoro in ambito sportivo, posso dire che questo, in molte realtà, viene già sperimentato con impegno e passione.